L'ultima Lettera a mio padre
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Caro papà,
a due mesi dalla morte della mamma, abbandoni anche tu questa terra, mi guardi con gli occhi del dolore, come quelli di un naufrago che non rivedrà più la sua casa.
In un letto d’ospedale mi cerchi nel cuore della notte, mentre il tuo respiro sempre più affaticato, esausto non riesce più ad alitare, si fa quasi impossibile, dicendomi: “Nicola sto morendo” ed io, travolto dal dolore, fisso per un attimo i tuoi occhi santi che avrei voluto baciare cento volte; sono lì, impassibile, pietrificato, sfilando i tuoi anelli dalle dita, e con voce bugiarda mi rivolgo a te: “vedrai, papà, fra qualche ora ti sentirai meglio”, tu raccogli la mia bugia, ma riconosci l’ingenua menzogna che si prosciuga sulle mie labbra secche.
Avresti voluto dirmi ancora tante cose, ma la tua vita appesa ad un filo si sta staccando come spaghi d’erba piegati dal vento. Dopo pochi minuti voli già in luoghi lontani, per me inaccessibili, i tuoi ricordi pungono di dolcezza l’anfratto del mio dolore. Sono a casa, è l’alba, e poi è mattina ed il tempo scorre, il sole scende verso il tramonto.
Una fotografia riposta sulla scrivania del tuo studio s’illumina
tra pareti spente: rimpianti, ghirlande, praterie, ricordi aprono i cancelli
della mente. Filtra la luce inclinata tra le persiane abbassate, ed il sole di
Giugno colora quell’immagine: due volti innamorati; sono mamma e papà stretti
tra le braccia e legati da un aroma, mentre di là nella stanza da letto il tuo
corpo riposa nel sonno della morte. Sfavillano i tuoi sguardi congiunti a quelli
di mamma tra le stanze vuote come un canto che macchia il silenzio; gli occhi
d’Angelina ridono di contentezza mentre ti guardano, ed io sento nella pelle le
carezze del mare e piango.
Eravamo seduti vicini, ricordi papà! Ricordi quando mi descrivesti la tua nascita, raccontandomi di quelle labbra serrate di bimbo che non volevano aprirsi per uno strano morbo, allora la tua mamma con pazienza ti stillò in una piccola fessura della bocca minute gocce di latte Nessuno dava per certo il tuo futuro, ma in te, pargoletto fresco e riservato, la vita colorò le tue guance e spirò nelle radici dell’animo il vento delle querce, tenace ed amaro come l’erba del deserto. E crescesti aiutando sempre la tua famiglia; partitivi sotto cieli di stelle o di perfide nuvole col carretto, quando tua madre, infaticabile levatrice di quei tempi, doveva recarsi di notte, in pieno inverno dalle giovani partorienti: non temevi il freddo, nè mutismi gravi intrisi di paure.
I tuoi genitori non furono sempre magnanimi con te, ti vedevano già dedito ai lavori dei campi, aspirando ad un futuro che tu non avresti mai condiviso, ma loro dovendo sostenere i tuoi fratelli agli studi, non potevano nei tuoi confronti fare altrettanto.
Caro
papà, sei riuscito a piegare il destino con
fermezza e perseveranza, portando a
compimento i tuoi progetti. Te n’andavi da casa alle prime luci dell’alba con
la bicicletta, nè il vento, nè la grandine potevano fermarti. E dopo, negli
anni avvenire, vagoni di terza categoria ti attendevano, mentre i tuoi fratelli
viaggiavano in prima classe frequentando da signori l’università. Tu, invece,
figlio poverello, quando il treno sbuffava dentro le gallerie, e quelle vetture
consumate e sporche si riempivano di fumo, non potevi che respirare l’odore
della fatica. Di frequente senza cibo, stremato, non sostavi, ed il cuore ti
molceva battendo conficcato nella polvere, ma pago di una pace intensa che
assaporavi a piccoli sorsi.
Quante volte ti sei sentito abbandonato, solo, negli anni della tua prima giovinezza; ti percepivi nel dolore, ti muovevi nella nebbia, poiché i tuoi genitori ti avevano strappato i sogni, dandoti solo avanzi d’illusioni, ingredienti scoloriti, lasciandoti tra fronde trafugate e semi di colorazioni svanite. Eppure, li hai perdonati, non serbando mai nel cuore rancore, ma sopportando con amarezza taciuta le ingiustizie; hai, cosi’, studiato con perseveranza, senza che nessuno ti porgesse una mano.
Iniziarono presto gli anni dell’età adulta, quelli più difficili; ti ritrovasti in un villaggio dell’Aspromonte in imprese di lavoro molto delicate, isolato, lontano e dopo in un paesino della Sicilia.
Lì, incontrasti l’amore dipinto di mare, due occhi azzurri, luminosi quanto il sole, sfavillavano tra le pareti d’inverno sui bracieri accesi. Bastava che Angelina schiudesse le labbra, per guardarti come un fiore, che le stanze, i prati, i cieli, le campane di Tortorici traboccassero d’allegria..

Era la nostra mamma che con mani suadenti e delicate ti accarezza i sogni, la sua boccuccia di rosa un giorno ti sorrise dietro un portone umido, e fuori pioveva, gocciolava di primavera ed Angelina ti prese per mano, delicatamente, come un filo d’erba nell’aria, una gardenia tra le dita, stillando poi le virtù di una madre e tu, papà, insieme con lei, ritrovasti la vita. Da quel giorno l’esistenza cambiò colore, fattezza, espressione, slancio. Trascorsero 58 anni, finché giunse il momento del distacco, quando mamma Angelina ti donò, appena due mesi fa, il suo ultimo sorriso, quello più amaro, quello dell’abbandono. E, mamma, volò via come una rondinella, piccola, tenera, ma chiara come la luna.
So che hai ricoperto molte cariche sociali lodevoli, sei stato il presidente del movimento Cristiano lavoratori dedicandoti con il cuore ad una causa giusta, molti ti ricorderanno anche per questo, ma io ti serberò memoria per il tuo amore di padre dolcissimo.
Scusami papà se non sono riuscito a baciarti prima che spirassi, perdonami papà se non ho saputo abbozzare parole più sensate come avresti voluto, sto vergando con le lacrime la tua vita, e talvolta perdo il filo del discorso.
Papà, dolce fiore, papà tenero respiro, papà odore di
gelsomino, papà piccolo bocciolo d’autunno, papà esile creatura del vento
che voli per altri lidi. Papà, oggi mi sono punto con una rosa che mi donasti,
ma il sangue era più gradito del miele. Papà brina dei sogni, farfalla del sole,
io sarò per un’intera vita con tè nel dolore, nella contentezza, nel mare,
nella brezza, nell’onda.
Ed ora sei già lontano, oltre ogni orizzonte plausibile, lì, più avanti del tempo, con mamma Angelina, con i suoi occhi celesti; l’eterna primavera dei vostri petali uniti nella luce, non più strappati dal vento, adesso nella mia pelle, nel cuore che palpita, sarà per voi un giardino d’amore, un violino di foglie verdi.
Addio mio piccolo, tenero papà, perdonami ancora, se non ti ho detto mai quanto ti ho amato.
Milazzo; 11 Giugno 2001
Un bacio per sempre:
tuo Figlio Nicola